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7 aprile 2007

Pasqua, terra di pace e progetto politico.

Stamattina non mi è difficile fare gli auguri. Basta modularli con la stessa cadenza con la quale Gesù li espresse ai discepoli impauriti apparendo loro la sera di Pasqua: «Pace a voi». Non è superfluo ricordare che sono le primissime parole del Risorto pronunciate davanti alla comunità. E se le ultime parole di un morente vanno custodite con la venerazione che si ha per le reliquie, le prime parole di un Risorto vanno accolte con tutta l’attenzione che si deve ai manifesti programmatici. Chiesa di Dio, dal giorno di Pasqua, questo è dunque il tuo progetto politico. Questa la tua linea diplomatica. Questo il tuo indirizzo amministrativo.

La pace. Non la tua sistemazione «pacifica». Non il plauso dei potenti, che sarebbero disposti a pagare la metà del prezzo ricavato dalla vendita delle armi pur di comprare i tuoi silenzi sulla guerra. La pace, non il consenso della gente, che è sempre disposta a barattare la libertà con le cipolle d’Egitto. D’ora in poi, sulla rosa dei venti che accompagna l’esodo dei popoli verso la Terra promessa, l’ago magnetico della tua bussola sa ormai dove puntare. Ogni altro orientamento che non sia quello della pace ti risospingerebbe nelle giuncaie del Nilo, tra i canneti dei Laghi Amari, sotto l’oppressione dei Faraoni.

Non ti scoraggiare, Chiesa di Dio, anche se il compito a casa che ti ha assegnato il Risorto la sera di Pasqua è difficile, richiede una carica eccezionale di speranza, e ti espone costantemente al rischio di essere giudicata ingenua, visionaria o sognatrice a occhi aperti. Ma chi altro può parlare di pace con la certezza che essa è possibile se non tu, che hai il vantaggio di attingere a piene mani al fondo di quella riserva utopica che ti ha dato il Signore? Chi altro può dire che la pace non è vaniloquio o delirio se non tu, a cui il mondo sta riservando oggi lo stesso trattamento che il giorno di Pasqua i discepoli riservarono alle donne che annunciavano di aver visto il Risorto? L’espressione di Luca è fortissima: «Quelle parole parvero ad essi un vaneggiamento e non credettero ad esse» (24,11). Ecco: oggi tu stai scontando l’antico peccato compiuto a Pasqua. Il peccato di incredulità. Allora dicesti che la Risurrezione era il «vaneggiamento» di fragili donne. Oggi il mondo ti ripaga dicendo che la pace è il «vaneggiamento» di una fragile Chiesa. Tu fosti incredula dinanzi alla fede delle donne. Oggi il mondo è scettico dinanzi alla tua speranza.

Ora, però, che il Signore irrompe nel tuo cenacolo e fa coincidere la luce della Risurrezione con l’annuncio della «pace », la tua fede nella Risurrezione deve necessariamente identificarsi con la tua speranza di pace. Non puoi accendere il video e spegnere l’audio. Non puoi credere alla luce senza credere alla voce. Non puoi accogliere solo la visione, e confinare la pace nelle fabulazioni. Chiesa di Dio, figlia primogenita della Pasqua di Cristo, riviera dolcissima per chi cerca la pace, non aver paura di certi «vaneggiamenti». Se la Risurrezione di Gesù è la tua fede incrollabile, la pace deve essere la tua speranza imperitura. E se in quella trovi le uniche ragioni per vivere, in questa devi trovare le tue uniche ragioni non solo per vivere, ma anche per morire.

+ Don Tonino, Vescovo




permalink | inviato da il 7/4/2007 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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