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25 ottobre 2007

Ti sei accorto di essere vivo?

Molto spesso i giovanissimi con i quali parlo a lungo mi pongono domande sulla felicità. Cos’è? Si può essere felici per davvero? E’ realmente raggiungibile la felicità? Spesso sentono in televisione dire proprio questo: “la felicità è un’utopia”, “non esiste” e giù di lì. Chi come loro non vive ancora una forte vita interiore ed ancora non è riuscito a “svegliarsi”, come direbbe Anthony De Mello, spesso scambia la felicità con quello che invece è un momento di contentezza e l’infelicità con un momento di tristezza. “Sono infelice” mi dicono spesso, quando intervengono le prime delusioni sentimentali o quando non accettano quelle trasformazioni che l’adolescenza comporta. "Sto male" mi dicono quando non riescono ad identificarsi nei modelli che la televisione impone loro con una violenza sempre maggiore.

Anni fa, in un cinema, lessi una citazione del Buddha riportata a lettere cubitali che diceva così: "There is no way to happiness. Happiness is the way", “Non esiste una via per la felicità. La felicità è la via” . Quando ai ragazzi riporto questa frase noto in loro un certo stupore. Certo il discorso sulla felicità, specie in un’ottica cristiana, non può ridursi a questo. Eppure questa citazione del Buddha spinge i ragazzi a considerare qualcosa che loro, invece, danno per scontato e che, a mio modestissimo avviso, è fondamentale per essere felici: si accorgono di essere vivi. Si accorgono di aver ricevuto un dono enorme: quello di poter camminare - “la via”; non danno più per scontato il fatto di poter gioire, di poter amare, di poter soffrire, di poter ridere, di poter piangere, di potersi innamorare, di poter fare sesso, di poter avere fame, di poter mangiare, di poter procreare; si accorgono di poter guardare le stelle, di poter contemplare il sole, la luna, il creato. Il solo essere consapevoli di essere vivi basta (potrebbe bastare) per essere felici. Poi ci possono essere momenti di contentezza o di profonda tristezza ma l’essere vivi è di per sé un fatto straordinario che non può che essere fonte di una felicità costante.

Oggi tutti subordinano la felicità ad un se. “Se fossi più ricco, se fossi più alto, se fossi più bello, se avessi fatto più carriera, se fossi, se avessi…”. Tutti infelici perché appesi ad un “se” che la società dell’immagine e dell’avere ci ha imposto. Ma intanto nessuno si accorge di essere vivo e che la felicità è proprio dietro questo "angolo".




permalink | inviato da il 25/10/2007 alle 22:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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