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"Tutte le cose di questo mondo non sono altro che terra. Mettile in mucchio sotto i tuoi piedi e ti ritroverai più vicino al cielo."

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La citazione
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21 giugno 2008

Frivoli e sicuri di sè

“Non sopporto due categorie di persone: quelle frivole e quelle sicure di sé. Quelle che riescono ad essere entrambe le cose contemporaneamente però le amo."

Francesco Cappuccio




permalink | inviato da sandrofeola il 21/6/2008 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa

6 ottobre 2007

Uno che non fa finta

«In questa terra, l’asse Bassolino-De Mita ha provocato un degrado talmente profondo da aver invertito i valori. C’è una classe dirigente semi-delinquenziale che da anni sperpera risorse e che tiene in piedi, attraverso ogni passaggio elettorale, una forma di corruzione politico-amministrativa. La Campania ha bisogno di una rinascita civile e morale prima ancora che politica».

Francesco Pionati ad Avellino il 5 ottobre 2007




permalink | inviato da sandrofeola il 6/10/2007 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa

20 agosto 2007

"Politici uscite dai palazzi!"

“Noi cristiani non possiamo tenere gli occhi chiusi di fronte ai mali che affliggono la nostra società, come la mancanza di lavoro, l’inadeguatezza dei servizi sociali, la precarietà dell’assistenza, le vecchie e nuove povertà, le attese dei giovani, la violazione dei diritti personali, l’indifferenza o il disprezzo dei più deboli ed emarginati. Commetteremmo il peggior male se rimanessimo indifferenti alle ingiustizie, alle sofferenze e al dolore di tanti che patiscono la fame e la sete, indifferenti all’abbandono di milioni di bambini rimasti senza genitori e sfruttati per bassi interessi. In questo giorno di festa vorrei che tutti, i detentori del potere e i cittadini comuni, avessero un sussulto di solidarietà e di carità, per un impegno più fattivo e convincente nell’alleviare le sofferenze fisiche e morali di tanta parte della nostra gente. Forse è giunto il tempo di uscire dalle stanze e dai palazzi per stare in mezzo al popolo, vivere la realtà spesso drammatica, che ci circonda; farci avvicinare dalla gente, ascoltare, capire, condividere, farci carico, decidere e realizzare veramente e concretamente le cose, secondo una scala di priorità dei bisogni e delle urgenze”

Crescenzio Sepe




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17 agosto 2007

L'irragiungibile senso di libertà

E' amore impossibile quello che mi chiedi
sentire ciò che tu sola senti
e vedere ciò che vedi,
chiudere la realtà, dentro la tua isola.

Ma non perdere la voglia di volare,
perché l'amore è amore impossibile
quando non riesce a inseguire
l’irraggiungibile senso di libertà, oltre le stelle e il cielo,
che è nascosto sul fondo dell'anima.

Amore impossibile - Tiromancino




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22 luglio 2007

How will they know?

If I ran away, I'd never have the strength
to go very far .
How would they hear the beating of my heart?
Will it grow cold the secret that I hide?
Will I grow old.
How will they hear?
When will they learn ?
How will they know?

(Pat Leonard - Madonna, Live to tell)




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16 maggio 2007

Anche io ci credo

<<Oggi i cristiani subiscono la secolarizzazione, sono diventati molto timidi e fanno fatica ad usare il linguaggio della loro fede fuori dalle chiese. Possono parlare di politica, di sociologia e di cultura, ma appena parlano di Resurrezione, di essere in primo luogo Chiesa, allora scatta l'accusa di "radicalismo Evangelico".

Allora non sorprende che un filosofo come Massimo Cacciari si ponga, e ci ponga, una domanda: "ma quanti credono alla Resurrezione, quint'essenza della buona novella?", una domanda provocatoria ed inquietante per ogni cristiano.. Io ci credo.>>

Savino Pezzotta




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30 aprile 2007

Insulti, minacce e pallottole per Angelo Bagnasco.

<<Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli>>

Gesù di Nazaret









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7 aprile 2007

Pasqua, terra di pace e progetto politico.

Stamattina non mi è difficile fare gli auguri. Basta modularli con la stessa cadenza con la quale Gesù li espresse ai discepoli impauriti apparendo loro la sera di Pasqua: «Pace a voi». Non è superfluo ricordare che sono le primissime parole del Risorto pronunciate davanti alla comunità. E se le ultime parole di un morente vanno custodite con la venerazione che si ha per le reliquie, le prime parole di un Risorto vanno accolte con tutta l’attenzione che si deve ai manifesti programmatici. Chiesa di Dio, dal giorno di Pasqua, questo è dunque il tuo progetto politico. Questa la tua linea diplomatica. Questo il tuo indirizzo amministrativo.

La pace. Non la tua sistemazione «pacifica». Non il plauso dei potenti, che sarebbero disposti a pagare la metà del prezzo ricavato dalla vendita delle armi pur di comprare i tuoi silenzi sulla guerra. La pace, non il consenso della gente, che è sempre disposta a barattare la libertà con le cipolle d’Egitto. D’ora in poi, sulla rosa dei venti che accompagna l’esodo dei popoli verso la Terra promessa, l’ago magnetico della tua bussola sa ormai dove puntare. Ogni altro orientamento che non sia quello della pace ti risospingerebbe nelle giuncaie del Nilo, tra i canneti dei Laghi Amari, sotto l’oppressione dei Faraoni.

Non ti scoraggiare, Chiesa di Dio, anche se il compito a casa che ti ha assegnato il Risorto la sera di Pasqua è difficile, richiede una carica eccezionale di speranza, e ti espone costantemente al rischio di essere giudicata ingenua, visionaria o sognatrice a occhi aperti. Ma chi altro può parlare di pace con la certezza che essa è possibile se non tu, che hai il vantaggio di attingere a piene mani al fondo di quella riserva utopica che ti ha dato il Signore? Chi altro può dire che la pace non è vaniloquio o delirio se non tu, a cui il mondo sta riservando oggi lo stesso trattamento che il giorno di Pasqua i discepoli riservarono alle donne che annunciavano di aver visto il Risorto? L’espressione di Luca è fortissima: «Quelle parole parvero ad essi un vaneggiamento e non credettero ad esse» (24,11). Ecco: oggi tu stai scontando l’antico peccato compiuto a Pasqua. Il peccato di incredulità. Allora dicesti che la Risurrezione era il «vaneggiamento» di fragili donne. Oggi il mondo ti ripaga dicendo che la pace è il «vaneggiamento» di una fragile Chiesa. Tu fosti incredula dinanzi alla fede delle donne. Oggi il mondo è scettico dinanzi alla tua speranza.

Ora, però, che il Signore irrompe nel tuo cenacolo e fa coincidere la luce della Risurrezione con l’annuncio della «pace », la tua fede nella Risurrezione deve necessariamente identificarsi con la tua speranza di pace. Non puoi accendere il video e spegnere l’audio. Non puoi credere alla luce senza credere alla voce. Non puoi accogliere solo la visione, e confinare la pace nelle fabulazioni. Chiesa di Dio, figlia primogenita della Pasqua di Cristo, riviera dolcissima per chi cerca la pace, non aver paura di certi «vaneggiamenti». Se la Risurrezione di Gesù è la tua fede incrollabile, la pace deve essere la tua speranza imperitura. E se in quella trovi le uniche ragioni per vivere, in questa devi trovare le tue uniche ragioni non solo per vivere, ma anche per morire.

+ Don Tonino, Vescovo




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23 marzo 2007

Incredibile, leggete un po'...

“Sono state più di un centinaio, quelle <<spedizioni>>, per lo più in Abruzzo. E, in principio, nessuno ne sapeva niente, né in Vaticano né tra i giornalisti. La prima volta fu quasi una <<fuga>>. Da tempo desideravamo che il Santo Padre potesse non solo sciare, ma rituffarsi nella vita normale della gente, e perciò decidemmo di tentare. Non ricordo di chi fosse stata l’idea iniziale, ma probabilmente fu un’iniziativa collettiva, nata a tavola. E comunque, la località prescelta, Ovindoli, venne suggerita da don Tadeusz. Se non ricordo male, era il 2 gennaio 1981. Partimmo verso le nove con la macchina di don Josef, per non dare nell’occhio all’uscita dal palazzo di Castelgandolfo, dove c’erano le Guardie Svizzere. Don Josef era l’autista e, accanto a lui, don Tadeusz faceva finta di leggere il giornale, tenendolo tutto aperto per <<coprire>> il Santo Padre, che era dietro, e io stavo vicino a lui.

Don Jozef guidava con estrema cautela, rispettando i limiti di velocità, rallentando alla vista delle strisce pedonali. Immaginiamoci che cosa sarebbe successo nel caso di un incidente, o se la macchina si fosse guastata! Passammo per vari paesi, così il Papa, da dietro i vetri, poté gustarsi quelle scene di ordinaria vita quotidiana. All’arrivo ci fermammo fuori Ovindoli, vicino a una delle piste, ma dove non c’era quasi nessuno. E lì cominciò quella giornata meravigliosa, indimenticabile. Le montagne attorno. La natura tutta imbiancata. Quel gran silenzio che ti permetteva di concentrarti, di pregare. Il Santo Padre riuscì anche a sciare. Era contentissimo per quel <<regalo>> che gli avevamo fatto. Sulla via del ritorno, sorridendo, ci disse :<<Eppure siamo riusciti!>>.

Anche nelle escursioni successive cercammo di scegliere luoghi solitari. Ma, volendo andare su certe piste, non sempre potevamo evitare la gente. E poi, perché preoccuparsi tanto? Il Santo Padre si comportava come un normalissimo sciatore. Era vestito come tutti: tuta, berretto e occhiali scuri. Si metteva in fila con le altre persone – ma noi avevano sempre l’accortezza di stargli uno davanti e un altro dietro – e con lo skipass si serviva degli impianti di risalita. Sembrerà incredibile ma nessuno lo riconosceva. Anche perché chi poteva immaginarsi che un Papa andasse a sciare?! Uno dei primi a scoprirlo fu un bambino, non avrà avuto più di dieci anni.

Era pomeriggio tardi. Io e don Jozef eravamo andati avanti. Don Tadeusz, dopo aver fatto la discesa, s’era fermato sul pendio aspettando il Santo Padre. In quel momento, più sotto, era passato un gruppo di fondisti; e dopo un po’, rimasto evidentemente indietro, ecco quel ragazzino, trafelato, affannato. Chiese: << Li hai visti?>>. E mentre don Tadeusz gli indicava il sentiero, quello si volto a guardare il Santo Padre, giunto proprio allora. Rimase a bocca aperta, gli occhi stralunati, poi cominciò a urlare: <<il Papa! Il Papa!>>. E don Tadeusz: <<Ma che dici, stupido! Pensa piuttosto a spicciarti, guarda quelli li perdi…>>. Il ragazzino sparì all’inseguimento degli amici, e noi, arrivati giù, ci sbrigammo a salire in macchina e a ripartire per Roma… “

da: "Una vita con Karol", Stanislao Dziwisz, Rizzoli.




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17 febbraio 2007

La fatica di tirare la carretta

Nella nostra attività, abbiamo bisogno di un risultato concreto, almeno parziale, per avere la forza di andare avanti, altrimenti non dico al primo insuccesso, ma al primo attendere prolungato del successo, ci scoraggiamo, diciamo che tutto va male, che non vale la pena, che bisogna cercare formule nuove. In sostanza non abbiamo pazienza. E proprio per questo la nostra azione è sterile e spesso inconcludente: noi non lavoriamo per un piano a largo respiro come è quello della Provvidenza che ha come metro di paragone per i suoi tronfi l’eternità: noi lavoriamo per il successo di oggi, vogliamo vedere il futuro del nostro lavoro, vogliamo essere insieme coloro che seminano e coloro che mietono, senza far bene quindi né una cosa né l’altra.

Non sappiamo più fare, cioè, le piccole cose, il lavoro seccante, quotidiano, nascosto, così poco eroico e così monotono anche. E così succede che noi facciamo, ogni tanto, quando un’idea ci entusiasma, quando un programma ci si rivela in tutta la sua attuale bellezza, dei grandiosi propositi di generosità, di fedeltà, di attività, ma subito poi ci ammosciamo appena ci accorgiamo che è necessaria un’azione lunga, paziente, di cui forse non vedremo i risultati. […]

E’ certo che in tutto questo influisce la vita certamente troppo intensa che noi viviamo, la necessità di occuparsi di molte cose, la richiesta che da ogni parte ci vien fatta d’energie giovani. E non voglio dire che queste cose non si debbano fare. Certamente il periodo in cui viviamo è un periodo singolare, in cui noi dobbiamo impegnarci in pieno. Ma bisogna che ci ricordiamo che questo impegno non è solo a fare cose grandi (e facciamole certo, se ci è possibile) ma è anche a fare quotidianamente quelle piccole cose che preparano la via del Signore. E ricordiamoci, nei momenti di entusiasmo quando facciamo dei propositi generosi, di promettere la costanza e la pazienza nel lavoro più monotono e nascosto.
                                                                                                                                                           Vittorio Bachelet

(Scritti politici, AVE, Roma 2005)  




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1 febbraio 2007

A Massimo, ladro.

Caro Massimo,

ho saputo per caso della tua morte violenta, da un ritaglio di giornale. Mi hanno detto che ti avrebbero seppellito stamattina, e sono venuto di buon ora al cimitero a celebrare le esequie per te. Ma non ho potuto pronunciare l’omelia. Perché alla mia messa non c’era nessuno. Solo Don Carlo, il cappellano, che rispondeva alle orazioni. E il vento gelido che scuoteva le vetrate. Sulla tua bara, neppure un fiore. Sul tuo corpo, neppure una lacrima. Sul tuo feretro, neppure un rintocco di campana. Ho scelto il vangelo di Luca, quello dei due malfattori crocifissi con Cristo, e durante la lettura mi è parso che la tua voce si sostituisse a quella del ladro pentito: “Gesù ricordati di me!…”. Povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo, a 22 anni, con una spregevole refurtiva tra le mani che è rotolata nel fango con te! Povero randagio. Vedi: sei tanto povero, che posso chiamarti ladro tranquillamente, senza paura che qualcuno mi denunzi per vilipendio o rivendichi per te il diritto al buon nome. Tu non avevi nessuno sulla terra che ti chiamasse fratello. Oggi però sono io che voglio rivolgerti, anche se ormai troppo tardi, questo dolcissimo nome.

Mio caro fratello ladro, sono letteralmente distrutto. Ma non per la tua morte. Perché, stando ai parametri della nostra ipocrisia sociale, forse te la meritavi. Hai sparato tu per primo sul metronotte, ferendolo gravemente. E lui si è difeso. E stamattina, quando sono andato a trovarlo in ospedale, mi ha detto piangendo che anche lui strappa la vita coi denti. E che, con quei quattro luridi soldi per i quali rischia ogni notte la pelle, deve mantenere dieci figli: il più grande quanto te, il più piccolo un anno e mezzo. No, non sono amareggiato per la tua morte violenta, ma per la tua squallida vita. Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva ingiustamente ucciso la tua città. Questa città splendida e altera, generosa e contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. Questa città dalla delega facile. Che pretende dalle istituzioni. Che non si mobilità dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti giovani senza lavoro…

Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti avevano ingiustamente ucciso le nostre comunità cristiane. Che, sì, sono venute a cercarti, ma non ti hanno saputo inseguire. Che ti hanno offerto del pane, ma non ti hanno dato accoglienza. Che organizzano soccorsi, ma senza amare abbastanza. Che portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici come te. Che promuovono assistenza, ma non promuovono una nuova cultura della vita. Che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l’icona di Cristo nel cuore di ogni uomo. Anche in un cuore abbrutito e fosco come il tuo, che ha cessato di battere per sempre. Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, forse ti avevo ingiustamente ucciso anche io, l’altro giorno, quando c’era la neve e tu bussasti alla mia porta, avrei dovuto fare ben altro che mandarti via con diecimila miserabili lire e con uno scampolo di predica.

Perdonaci, Massimo. Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi, perché prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo. Perdonaci per l’indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere, morire e seppellire. Addio, fratello ladro. Domani verrò di nuovo al camposanto. E sulla tua fossa senza fiori, in segno di espiazione e di speranza, accenderò una lampada.

+ Don Tonino, Vescovo




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20 gennaio 2007

Non ci rassegneremo...

Cari ragazzi,

vedo in voi le sentinelle del mattino in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni.

Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario.

Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno; vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti. Cari giovani del secolo che inizia, dicendo "si" a Cristo, voi dite "si" ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione

 Giovanni Paolo II, il Grande.
Veglia a Tor Vergata, Roma, sabato 19 agosto 2000.
Presenti due milioni e mezzo di giovani.




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11 gennaio 2007

Vandali e pagani..

È una storia che ha per luogo
Parigi nell'anno del Signore,
millequattrocentottantadue,
storia d'amore e di passione.
E noi gli artisti senza nome,
della scultura e della rima,
la faremo rivivere da oggi all'avvenire...

E questo è il tempo delle cattedrali,
la pietra si fa statua musica e poesia.
E tutto sale su verso le stelle, su mura e vetrate,
la scrittura è architettura.

Con tante pietre e tanti giorni,
con le passioni secolari,
l’uomo ha elevato le sue torri,
con le sue mani popolari.
Con la musica e le parole
ha cantato cos’è l’amore
e come vola un ideale nei cieli del domani.

Qui crolla il tempo delle cattedrali,
la pietra sarà dura come la realtà,
in mano a questi vandali e pagani che già sono qua.
Questo è il giorno che verrà,
oggi è il giorno che verrà.

Il tempo delle cattedrali - Notre Dame de Paris




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20 dicembre 2006

Il tempo non è denaro

Il tempo è denaro. Sarà anche vero. Ma vi confesso che non ho mai potuto sopportare la banalità di questo celebre detto. La traduzione così impoetica del tempo in termini di dollari avrà senz’altro effetti terapeutici sulla pigrizia umana, ma personalmente mi deprime. Non solo perché la trasposizione mercantilistica delle ore in spiccioli, dei giorni in carta moneta, dei mesi in valuta pregiata, degli anni in riserva aurea mi porta a conclusioni amare, tra cui prevale (almeno per la mia vita) quella della bancarotta, sia pure non fraudolenta. Ma anche perché l’equivalenza tra il “circolo” d’un orologio e gli assegni “circolari” di un istituto di credito fa venire in mente tutta una serie di suggestioni dalle quali, tra dare e avere, interessi composti e partite di giro, buoni del tesoro e residui passivi, rimane inesorabilmente travolto ogni lampo di gratuità.

No. Il tempo non è denaro. E’ spazio dell’amore. Uno spazio in cui la prodigalità è un investimento, lo sperpero è un affare, e le uscite, invece che impoverirlo, raddoppiano il capitale.

Grazie allora, a voi che date anima alle tante opere di volontariato, perché le pagine più belle di questo strano trattato di economia (l’unico che non condurrà mai sull’orlo del fallimento) il nostro vecchio mondo di furbi inutili le sta imparando da voi. Grazie, giovani e ragazze che portate un soffio di speranza nelle case per anziani di Terlizzi o nelle corsie del cronicario di Ruvo o tra gli handicappati delle nostre quattro città: voi siete la dimostrazione che è possibile un mondo “altro”, in cui il calcolo, l’interesse e lo sfruttamento sono linee perdenti per la borsa-valori della vita.

Grazie, fratelli anonimi e silenziosi che vi impegnate nella non eroica quotidianità degli oscuri servizi parrocchiali a favore dei piccoli e dei poveri: voi siete il segno tangibile della non ineluttabilità di quell’amaro proverbio che dice: “Niente per niente, non dà niente nessuno”. Grazie, operatori impareggiabili della Casa di accoglienza, perché a questo mondo così avido di paradossi, voi date l’immagine giusta di come sia vera la frase di Gesù ”vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. Grazie, animatori dei quartieri poveri di Molfetta e di Giovinazzo, perché con le vostre invenzioni ci sottraete al mito della legge che si illude di coprire tutti i bisogni, o degli schemi previdenziali che vogliono pianificare tutti gli interventi, o delle articolazioni dei codici che pretendono di disciplinare tutte le relazioni umane.

Grazie, infine, a voi volontari non credenti, che, pur non essendo sostenuti da speranze ultramondane, vi prodigate per alleggerire la croce degli uomini. Voi non lo sapete ma quella è la croce di Dio. Ora camminate su strade senza luci e senza segnaletica: ma sono ugualmente strade del Regno. Grazie, perché la vostra gratuità, anche se meno motivata, a volte ci sembra più pura della nostra. E siamo certi che un giorno la luce irromperà nei vostri occhi con tanta dolcissima violenza, che sarete ripagati abbondantemente di tutte le fatiche del viaggio.

                                                                                                                                + Don Tonino, Vescovo




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11 dicembre 2006

Tanti auguri scomodi! di Natale.

«Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!


Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità, incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna, con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce" dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge" e scrutano l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l'unico modo per morire ricchi.Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza».
                                                                                                                                 + Don Tonino, Vescovo




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26 novembre 2006

La citazione

Avidità

<<Un uomo accorto deve mettere ordine nei suoi interessi e guidarli ciascuno nel suo ambito. Spesso la nostra avidità sconvolge questo ordine facendoci correre contemporaneamente verso tante cose che, desiderando troppo le meno importanti, falliamo le più considerevoli.>>

François de La Rochefoucauld








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