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Nei giardini che nessuno sa

Tornando da Chianciano con i ragazzi ci siamo fermati in uno dei “giardini che nessuno sa”. Berardina, come al solito, ci ha accolto con il suo enorme sorriso e con quelle tagliatelle al ragù che solo le suorine sanno fare così buone. Ogni buon educatore, se davvero ha a cuore la crescita di chi gli è stato affidato, dovrebbe portare i suoi ragazzi almeno una volta in uno di quei giardini; ogni genitore che vuole educare bene i propri figli dovrebbe passare ogni tanto una giornata con loro  nei “giardini che nessuno sa”. E lì, come scrive Renato Zero, “si respira l'inutilità, c'è rispetto grande pulizia, è quasi follia”.

Nessuno ama andare nei giardini che nessuno sa. E si, perché le persone che vivono in quei giardini ci ricordano ciò che noi stessi inesorabilmente saremo. Passando di là, siamo costretti a riflettere sulla finitezza della nostra esistenza, sui suoi limiti, sulla sua fragilità, sulla sua precarietà. E siamo costretti a chiederci che senso essa abbia. Nei giardini che nessuno sa riusciamo a percepire la vanità delle nostre vite che troppo spesso dipendono da ciò che abbiamo e non da ciò che siamo; la vanità delle nostre esagerate ambizioni per le quali troppo spesso calpestiamo il prossimo senza disdegnare maldicenze e calunnie.

Nei giardini che nessuno sa puoi vedere “mani che tremano perché il vento spira più forte” . Uscendo un po’ si scappa dagli anziani e un po’ li si ama. O forse si prova solo pietà. Ma i ragazzi sono buoni e nei giardini che nessuno sa puoi sentirli sussurrare: “Dio non lasciarli adesso… che non li sorprenda la morte”

Pubblicato il 21/9/2007 alle 14.5 nella rubrica Riflessioni.

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