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Posto fisso? Un valore da adeguare ai tempi

Il posto fisso è sicuramente un valore ma è evidente che non possa essere più considerato un tabù. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori necessita di una rivisitazione, non tanto perché così vuole il Governo ma perché negli ultimi anni le “fondamenta” del nostro mercato del lavoro sono state “scosse” e messe seriamente in discussione dalla crisi strutturale che ha colpito il nostro sistema economico e produttivo. Più i dati dei vari organismi internazionali confermano che siamo nel mezzo di una recessione, più il futuro delle nuove generazioni diventa fosco e maggiore è la sfiducia che si diffonde tra chi, vinto dall’inquietudine, sceglie di fare le valige e di cercare altrove delle prospettive migliori. E’ indubbio, infatti, che sono proprio i giovani a fare più fatica per entrare nel mondo del lavoro e che pagano il prezzo più elevato della crisi in atto.

Qualcuno, in particolare tra le organizzazioni sindacali, muove un’obiezione: non è paradossale invocare la tutela delle nuove generazioni mettendo in discussione le certezze che hanno da sempre accompagnato gli italiani lungo la loro storia lavorativa? Ed è proprio su questo punto che si consuma in questi giorni uno scontro durissimo tra due blocchi, entrambi trasversali, che per semplificare potremmo definire conservatore uno e moderatamente riformista l’altro. Il primo imperniato sulla tutela dello status quo, sulla difesa di garanzie che – sia chiaro - di per sé sono sacrosante ma che ormai non sono più conciliabili con le dinamiche che negli ultimi decenni hanno rivoluzionato il nostro apparato economico e produttivo; il secondo, invece, più consapevole dello scenario determinato dalla globalizzazione e dal processo di integrazione europea, e quindi più “rassegnato” a prenderne atto e ad agire di conseguenza. A nulla serve, infatti, far finta di non sapere che le nostre aziende sono chiamate ad operare in un contesto sempre più segnato dalla concorrenza che viene dai nostri stessi partner europei e dalle economie orientali particolarmente aggressive.

Il nostro Paese ha bisogno di riforme strutturali. Il Governo in carica si è incamminato lungo questo sentiero varando in pochi mesi i provvedimenti che ormai da anni sono attesi dagli italiani, in particolar modo dalle piccole e medie imprese e dai giovani che, non a caso, sono i più convinti sostenitori dell’Esecutivo. Tuttavia il Premier ha il dovere di ascoltare le ragioni di tutti, in particolar modo delle categorie sociali che sono interessate dai provvedimenti, pur nella certezza di dover procedere lungo la rotta indicata dalle istituzioni europee e dagli organismi internazionali, operando ogni sforzo per allineare il nostro Paese al passo delle più solide economie europee ed occidentali. Nel caso specifico dell’articolo 18, mi auguro che si riescano a conciliare le ragioni di tutti e che la liberalizzazione del mercato del lavoro possa essere sapientemente coniugata con una maggiore tutela di perde la propria occupazione. Auspico, infine, che tutti comprendano che occorre investire maggiormente in formazione, specializzazione, professionalità per consentire ai nostri giovani di essere competitivi e appetibili per chi, solo a queste condizioni, potrà offrire opportunità di impiego.

Una classe dirigente illuminata e realmente attenta al futuro del proprio Paese non può sottrarsi alle sfide poste dai tempi. Ognuno, dunque, faccia la propria parte con la consapevolezza che non sempre le scelte operate dalle istituzioni possono godere del consenso di tutti, ma forti della certezza di operare unicamente nell’interesse generale di tutti gli italiani.

Pubblicato il 19/2/2012 alle 20.58 nella rubrica Diario.

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